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«Ricordo solo il silenzio profondo della memoria»

I ragazzi della terza H della Melone in visita al ghetto di Roma commentano i giorni della deportazione degli ebrei e le sensazioni provate nella loro visita al quartiere

LADISPOLI – «Oltre all'obbligo di risiedere all'interno del ghetto, i cui cancelli del ''serraglio'' di aprivano all'alba e si richiudevano al tramonto, gli ebrei dovevano portare un distintivo che li rendesse sempre riconoscibili (un fazzoletto o un cappello color glauco), inoltre erano obbligati a svolgere soltanto alcuni tipi di lavori come rigattieri, straccivendoli, venditori ambulanti e non potevano possedere dei beni immobili». Inizia così il racconto dell'esperienza vissuta dagli alunni della terza H della Corrado Melone. I ragazzi, accompagnati dalle professoresse Di Girolamo e Specchi, si sono recati al ghetto di Roma, situato tra il rione di Trastevere, Largo Arenula, via del teatro di Marcello, Largo Argentina e il lungotevere dei Cenci. «Passando per le vie del ghetto – spiegano i ragazzi – abbiamo trovato delle ''pietre d'inciampo'' ovvero sampietrini situati davanti alle porte delle case in cui abitavano gli ebrei deportati. Sulla lastra di ottone viene inciso il nome della persona, la data di nascita, la data dell'arresto e in alcuni casi la data e il luogo della morte, è un modo ideato dall'architetto tedesco Gunter Demnig alla fine degli anni Novanta per non dimenticare e non diventare indifferenti a questa tragedia». (Agg. 19/10 ore 15.08) segue

LA VISITA ALLA MOSTRA "LE VITE SPEZZATE". I ragazzi hanno avuto la possibilità di visitare anche la mostra ''Vite Spezzate'' alla Casina dei Vallati. «Come si può comprendere dalle parole scelte, la mostra racconta il dramma vissuto dagli ebrei dopo l'emanazione delle leggi razziali del 1938 di cui quest'anno ricorre l'ttantesimo anniversario. In quella mostra delle foto, dei documenti diventano la prova tangibile che c'è stato un prima e un dopo. Qualcosa che probabilmente molti di noi non riescono neanche ad immaginare: persone che andavano a scuola, persone che frequentavano il liceo – proseguono i ragazzi nel loro racconto – l'università, che studiavano, insegnanti, docenti, persone che lavoravano nell'esercito, nella pubblica amministrazione, che praticavano sport e un giorno all'improvviso la loro vita ''si spezza'' e finisce la normalità. Infatti la nostra guida, Marco Calò, di ''razza ebraica'', come si è descritto lui stesso, sottolineanando il valore dispregiativo usato dai nazisti ai tempi del conflitto, ci ha illustrato con chiarezza e precisione cosa successe dopo l'emanazione delle leggi razziali». (agg. 19/10 ore 15.30)

IL RACCONTO DELLA GUIDA, MARCO CALO'. E i ragazzi hanno avuto la possibilità di sentire il racconto di quei giorni dalla voce di uno dei protagonisti: la loro guida, a quei tempi, nel 1943, ancora un bambino. Calò ha raccontato ai ragazzi quanto vissuto il 16 ottobre '43, quando «la sorte di queste persone divenne ancora più drammatica, la deportazione divise intere famiglie, molti gli ebrei che non fecero ritorno». Calò, quella mattina «era a casa malato in compagnia della zia, mentre la madre e la nonna si trovano a fare la fila per comprare le sigarette. Il padre si era già rifugiato in un convento. Quella mattina, avvisati da una vicina ''ariana'', riescono a rifugiarsi in una chiesa cattolica dove vengono raggiunti dall madre e dalla nonna. Per giorni vagano per Roma sui mezzi pubblici, rischiando la vita e passando le notti in alcune chiese, finché non vengono ospitati per nove mesi in un convento di suore nel quartiere Monteverde. All'arrivo degli americani a Roma, il 4 giugno 1944, l'unico ricordo di Marco è una tavoletta di cioccolata, regalatagli da un soldato americano: questo gesto, che non dimenticherà mai, gli diede il senso della libertà». Un viaggio, quello al ghetto di Roma, per i ragazzi della Melone, ricco di emozioni. «Capita in ogni strada – ha commentato Sofia Angeloni – di sentire un'emozione diversa, magari quella strada porta a un posto felice o forse semplicemente verso la propria casa, ma quel giorno (il 5/10/2018) in quella piccola strada, chiamata ''vicolo della Reginella'', che una volta portava al portone di una famiglia felice sentivo una sensazione strana come se le grida di quelle famiglie divise molti anni fa si sentissero ancora; come se tutte quelle lacrime che una volta facevano tanto male, si mescolassero all'acqua della piccola fontana delle tartarughe; come se in quel vicolo si fosse fermato il tempo e con lui anche le vite di persone che oggi vengono ricordate su una di quelle pietre di ottone, le ''pietre d'inciampo''. Non so bene il perché, ma quel giorno il rumore dei miei passi non si fece sentire. Forse perché, in quel giorno, in quel tranquillo vicolo del ghetto di Roma, ricordo solo il silenzio profondo della memoria». (agg. 19/10 ore 16)

(19 Ott 2018 - Ore 15:08)

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